un racconto di Silvia Cocozza


L’aria di Milano si era fatta più calda e gli abiti in frescolana degli uomini stridevano con le gambe già nude delle donne. Ingessata nel suo loden verde, Penelope grondava di sudore. 

Si ricordò delle pietre accatastate a secco lungo la riserva di Vendicari, dure come i muri di Carlo che, di tanto in tanto, si faceva arrogante, con quel suo modo di fare da struzzo impettito, e la guardava nelle palle degli occhi tristi e neri, col mento fieramente pronunciato all’insù e l’addome avido delle parole di disprezzo che non osava dire. Penelope avvertì il peso delle lacrime solcare il sentiero scavato dalle rughe. Asciugò le borse sotto gli occhi. A ridosso delle narici, che era un po’ di tempo che non sentivano il profumo dei fiori e della carbonara, le lacrime erano salate come le gocce del mare. Solleticavano lo scivolo che separa il naso dalle labbra. Ingoiò in un colpo solo tutte le lacrime che non aveva fatto in tempo ad asciugare.

Fece il suo ingresso nel cortile del palazzo signorile in Via Scarlatti n. 9. L’androne odorava di corteccia e così si immerse nel bel pensiero del sapore che emanano le cose antiche. Provò la stessa emozione di ogni martedì, da dieci anni a quella parte, nell’immaginarsi timida uscire dall’ascensore del quarto piano, alzare gli occhi e incrociare lo sguardo dello sconosciuto delle 17.45. Pino viaggiava molto e le pareti scure della casa erano tutte tappezzate di foto di viaggio, in bianco e nero, in analogico, di svariate dimensioni. A guardarle tutte insieme – di primo acchito – parevano carta da parati. Sembrava prediligere i ritratti, o forse gli scatti rubati al sud est asiatico. Il passare del tempo, su Pino, si mostrava senza vergogna. La barba folta, bianca, grossolana, un ammasso plissettato di peli candidi e soffici come la neve. I chili accumulati orgogliosi sulla pancia, gli occhi grigi e la saggezza di chi non ha più bisogno di spiegare niente a nessuno.

“Come sta oggi?” chiese Pino.

“Come sta oggi?” ripeté Penelope, quasi a enfatizzare il potere di quella domanda, la più bella di sempre e quella che da sempre fa più feriti. Non sapeva bene cosa rispondere. Le parole vengono dalla bocca, e la bocca di Penelope si trovava in una posizione scomoda. Colla, miele, parole appiccicate confusamente al palato e difficili da sciogliere. O le sputi, o le mangi, o le maciulli, pensava. E le parole che un tempo morivano dalla voglia di uscire, ora sembravano in procinto di suicidarsi. Allora non disse niente e, con le cornee trepidanti di lacrime gonfie e ansiose di palesarsi al mondo, iniziò a piangere. “Mi scusi”, fece singhiozzando.

Ma Pino riusciva sempre, in un modo o nell’altro, a tirarle su il morale e a disporla, sulla linea delle emozioni – quella sulla quale ora camminava, ora saltellava, ora stanziava per ore – un passo più in là verso l’allegria. Sul finire della seduta, Pino prendeva a parlarle di ricette. E lei ascoltava, al solito frastornata e incuriosita. Quella sera fu la volta del soffritto. “Per fare un ottimo soffritto, l’aglio, in padella, va messo con tutta la pellicola”. 

L’ampio bilocale che aveva acquistato qualche anno prima aveva un ingresso tutto sommato comodo. Largo quanto due lunghe braccia spalancate – con la mano sinistra è agevole sganciare il loden e appoggiarlo sull’attaccapanni e con la mano destra lanciare le chiavi nello svuotatasche sotto il citofono. Il divano non è troppo distante. Nuovo, ridesta continuamente in Penelope il rimpianto del precedente, più confortevole e di migliore fattura. L’aveva comprato in un negozio di arredamento di provincia, a metà prezzo. Il proprietario ci aveva tenuto a chiarire che quel divano era scontato perché la coppia che l’aveva acquistato era scoppiata poco dopo. I novelli non sposi l’avevano riportato al negozio, augurando al divano la vita felice che loro non avrebbero avuto insieme. Penelope aveva svuotato il conto per quello che le era sembrato un ottimo affare, ma dopo tre anni di onorata carriera il cane ne aveva rosicchiato buona parte del truciolato e Penelope era stata costretta a mandarlo allo sgombero per far posto a un divano ruvido e banale. Comunque, il divano Ikea, al bisogno, c’era sempre, e quella sera Penelope fremeva dalla voglia di sprofondarci dentro, per scomparire. 

Chiuse gli occhi. Li riaprì. Li richiuse. Li riaprì di nuovo. Capì che scomparire non era così semplice. Affranta, con le braccia incrociate sotto la nuca, pensò di impegnare il suo sguardo in un tour casalingo per dare un senso alla sua giornata. Pareti bianche, cubi e cornici colorati, piante con i rami a penzoloni, una libreria verde. Il libro in piedi davanti a tutti glielo aveva regalato Carlo, dicendole che leggerlo le avrebbe fatto un gran bene. Il prezzo lo aveva nascosto sotto un cuore piccolo, disegnato in modo raffazzonato con un pennarello nero. Ogni volta, bastava quel cuore nero a ricordarle tutto. L’ingresso di Carlo nella sua vita, avvenuto senza bussare, gli appuntamenti che Carlo era solito prendere con il veterinario senza dirglielo, il cane, che Carlo portava al parco come fosse un oggetto di sua proprietà, l’entusiasmo di Carlo quando faceva la lista delle cose da fare e dei posti dove andare. “Andiamo a Mallorca” aveva detto un giorno. “A Parigi”, un altro. E il viaggio in Giappone che Carlo aveva organizzato senza consultarla e la sera in cui aveva deciso che Milano iniziava a stargli stretta e che quindi si sarebbero trasferiti a Lisbona e avrebbero aperto una lavanderia letteraria. Carlo che pretendeva che lei lo amasse, mentre saccheggiava ogni secondo del suo tempo. 

Tornò al tour casalingo e al posacenere stracolmo di mozziconi di sigaretta che non rendevano giustizia al pregio del legno d’acero del tavolo, poi al buco sul soffitto che non aveva ancora ricevuto degna copertura. Pensò agli angeli spioni e si ricordò di avere dell’erba. Gliel’aveva regalata Agata, l’amica della finestra di fronte e delle bevute fino al vomito. Fece partire un disco e, muovendosi lentamente al ritmo di una ballata sorniona, cominciò a fumare. 

Al risveglio Penelope realizzò immediatamente che non era nel suo letto, ma quella stanza non le sembrava del tutto nuova. Accanto a lei, supino e con le mani sul torace, Marco dormiva come dormono gli angioletti, o i cadaveri. Svegliarlo le sembrava un peccato e allora Penelope provò a salutare l’alba come farebbero le ballerine o i gatti, in punta di piedi, senza fare rumore. 

“Buongiorno”, fece Marco. Mentre il suo sorriso si confondeva con un ampio sbadiglio.

“Buongiorno a te” ricambiò Penelope che aveva fatto a malapena in tempo a sollevarsi sui gomiti.

“È stato bello. Ti voglio bene”. 

“Lo so, me lo hai detto milioni di volte nelle ultime tre ore che mi vuoi bene!”

“Già’”.

“Ti voglio bene anch’io, ma ora vado a casa”.

Quanto tempo fosse passato da quando Carlo, all’improvviso, aveva smesso di elencare luoghi e cose da fare, di portare il suo cane al parco e di rispondere alle sue telefonate non riusciva a dirlo. Ogni giorno degli ultimi sei mesi era stato per Penelope uguale a sé stesso, a quello prima e a quello dopo. Negli ultimi sei mesi, almeno un’ora al giorno, tutti i giorni, a Penelope era sembrato di non respirare. Almeno un’ora al giorno, tutti i giorni, le era sembrato di impazzire. Almeno due ore al giorno, Penelope aveva dato al cane lacrime in salamoia da leccare con gusto. Sapeva invece che erano passate tre settimane da quando lei aveva accolto Marco in quella notte di “ti voglio bene”. Tre settimane in cui non aveva più visto Pino – aveva avuto un problema di salute, diceva – e lei non aveva ancora attaccato il loden verde al chiodo. Nel frattempo, le pozzanghere avevano riempito di patchwork i marciapiedi. 

Passeggiava in via Scarlatti, quando era passata accanto a una pozzanghera delle più grandi. Penelope la scelse come specchio: sollevò un pochino il loden, sembrava una grande ninfea. Si concentrò poi sul suo viso e vide le sbavature del trucco nero sotto l’occhio destro raggiunte da un raggio di sole. Ripensò a tutto, pure al cane, e fece una smorfia che somigliava molto a quelle che faceva a vent’anni. 

Al civico 9, un cartello bianco incorniciato di nero attirò la sua attenzione. Chiesa di San Carlo al Lazzaretto, l’indomani alle 15.30, ripeté Penelope tre sé e sé, per rendersi conto che era vero e per tenerlo bene a mente. Non sarebbe più sprofondata nella poltrona raggrinzita di velluto marrone di Pino, non si sarebbe più sentita rivolgere la solita domanda. Proprio adesso che avrebbe potuto rispondere che si sentiva un po’ meglio. E raccontargli che quello che era accaduto tra lei e il suo amico Marco era l’inatteso che arriva come un’epifania, il cui senso, però, lo avrebbe trovato solo col tempo. E che il cane era in splendida forma e le leccava le guance, felice di vederle di nuovo rosse.

Penelope restò ferma ancora un po’, stretta nel loden, gli occhi incollati sul cartello, umidi e nuovi, come per dire grazie, in una sosta che era quasi una preghiera. Poi riprese a camminare, un passo dopo l’altro, sulla linea delle emozioni, piano, come cammina chi sente i pensieri e i ricordi arrivare e sereno li lascia passare poco dopo, la testa improvvisamente piena delle ricette dei manicaretti che non vedeva l’ora di preparare