un racconto di Simona Visciglia


Tra il chiacchiericcio assonnato di chi consuma in fretta un caffè, le briciole dei cornetti che si attaccano alle scarpe, un barboncino al guinzaglio che banchetta allegramente, arraffando ciò che può dal pavimento, ci siamo noi: io e lui.

Ci sono Fabrizio ed Elena, dietro il bancone del bar dove faccio colazione al volo ogni mattina; c’è la signora con il cane, capelli cotonati biondo cenere, come il pelo arruffato della sua Betty, che le somiglia in tutto, compresa la voracità. C’è il dottor Calamandrei, esimio professionista in giacca e cravatta, molto noto nel quartiere, habitué anche lui, logorroico quanto basta per intrattenere i clienti con aneddoti coloriti o commenti ai fatti del giorno. Sta raccontando la storia di un tizio sfigatissimo, senza risparmiarci i dettagli più insignificanti.

Io faccio fatica a star dietro alle parole, continuo a sentirmi irrequieta, vicino al giovane uomo di fianco a me che continua a sorseggiare il suo cappuccino, ridendo per la storiella e al tempo stesso guardandomi negli occhi ad ogni “e poi?” o “ma dai!”. Come se ci fosse un’intesa particolare. Come se potessimo continuare a parlarne tra noi, o iniziare una nuova conversazione, altrove.

Ci siamo noi, io e lui. 

Io che non ho un ragazzo da quasi due anni. Un classico: una relazione finita non male, di più.

E aggiungo, per piangermi addosso senza ritegno, che sto parlando del mio primo, unico, grande amore. Ci sono cascata come un’ingenua quindicenne, dopo anni di gavetta con relazioni di poco conto. Perché in fondo, prima stavo benissimo come stavo, non mi interessava avere un fidanzato, un uomo, una cosa seria. E mi sono divertita parecchio, grazie al cielo, fino a che non mi sono infognata con un pezzo di merda –  anche questo un cliché, manco il gusto di essere stata originale. 

Insomma, eccomi qui, tra il depresso e la voglia di tornare a scopare senza problemi. E con il fiato sul collo di Luana, la mia migliore amica – disgustosa per quanto ci crede, lei, nell’amore. È rimasta sconvolta quando le ho detto che ora bazzico su Tinder. Gran bella invenzione, così non mi devo neanche sbattere tanto per trovare la compagnia di qualche ora o di poche notti. Lei, invece, è alle prese con l’inizio di una love story, di quelle da far salire il picco glicemico. Dice che ci sono tutte le premesse per portarselo all’altare, perché ora è in fissa col matrimonio: «È giunto il momento, ho l’età giusta» va blaterando, come un mantra. Per quanto mi riguarda, credo di avere l’età per fregarmene di tutte ‘ste cazzate e di giocarmela su un altro campo la partita: a letto, per l’appunto. 

Se non che compare lui, al bar, a smuovermi qualcosa dentro. Bello come James Franco.

 

Mezza inebetita, lo divoro con gli occhi. Quando esce frettolosamente, saluta con un arrivederci quasi formale, indirizzato a tutti, ma con uno sguardo speciale per me, lo prendo alla lettera. Chiedo a Elena se sa chi sia, lei mi risponde che è un loro cliente fisso da circa un mesetto, che prima lavorava dall’altra parte della città e che, verosimilmente, è single – quest’ultima informazione me la regala insieme a un occhiolino malizioso.

Il giorno dopo sono al bar alla stessa ora, nonostante non mi torni comodo, perché mi aspetto di trovarlo lì. E c’è, ha già la tazza in mano e la solita aria affabile; questa volta è lui che sta raccontando un aneddoto, a un pubblico diverso dal giorno prima, ma sempre molto partecipe. Gli sorrido, quando mi avvicino al bancone per chiedere il mio solito caffè macchiato. Ricambia, mentre continua a parlare. Mi passa la ciotola delle bustine di zucchero, accenno un grazie che rimbalza contro il finale a effetto della storia che stava raccontando e il suo: «Io scappo, sennò faccio tardi anche oggi, ragazzi». Mi mette una mano sulla spalla e a me, solo a me stavolta, rivolge un ciao, eh!, come se ci conoscessimo da una vita. 

Riusciamo a beccarci altre mattine, non sempre. Cerco un’intesa, su un commento, su una battuta; annuisco, storco il naso. Ridiamo insieme. Poi ci salutiamo, alla prossima, a domani, a presto, cazzo è tardissimo. 

Ci siamo noi, io e lui. 

Mi chiedo se anche lui pensi a me là fuori. Io ci penso a lui: quando esco, quando mi infilo in ufficio, quando rientro a casa la sera, quando fingo orgasmi con sconosciuti beccati su Tinder. 

Una mattina mi sfiora la mano, mentre cerca di salvare la tazzina che, maldestramente, rovescio. Agisce con determinazione, mi entra negli occhi, mi entra dentro, con quel suo modo di fare sornione e sensuale. Come se non avessimo scampo, come dopo aver fatto l’amore per una notte intera. 

Luana dice che sono fuori di testa e che se mi interessa così tanto o io interesso a lui, bisognerebbe che uno di noi due prendesse l’iniziativa, che una roba così non ha senso. Minaccia addirittura di fare irruzione nel bar e di risolvere lei la questione e non sono sicura che scherzi.

«Almeno sai come si chiama? Cosa fa?» continua a ripetermi spazientita. E io, facendo spallucce, le rispondo: «Ma sai che non me ne frega niente? Che a me ‘sta cosa mi stuzzica così, che mi eccito solo al pensiero di noi, a immaginare cose».

«Contenta tu…» è il suo commento secco a quelle che per lei sono farneticazioni.

E io sono davvero contenta, mi piace stare sulle spine e vivere di pensieri peccaminosi dieci minuti al giorno, il tempo di un caffè prima della routine. E per il resto fantasticare, perché tutto potrebbe accadere. Lui esiste solo quando io lo desidero, è tutto perfetto, è amore. Fuori dal bar, la solita merda della vita: il lavoro, l’affitto, la guerra in Ucraina, le microplastiche nei polmoni, Ursula von der Leyen, lo scarico otturato, l’allergia ai pollini, lo yogurt andato a male. 

«Venerdì sera cena a casa mia… Potresti invitare il tuo amico-non-amico misterioso. Ti sto dando una buona scusa, no? Una cosa informale, non troppo impegnativa, così la finite di giocare a rincorrervi sfondandovi di caffeina, eh? Che ne dici?» mi fa la Lu ridacchiando, ma anche abbastanza seriamente.

«Ci penso, ok? Purché tu la finisca di rompermi le palle!» taglio corto. 

Per un nanosecondo, non le nego, ci penso davvero e nella testa formulo addirittura l’invito che potrebbe essere: “Senti, lo so che tra noi va alla grande così, ma le convenzioni richiedono che io e te ci si presenti, che ci diamo un nome e magari anche che ci si veda lontano da questo bar. Che ne so, magari una cosa tranquilla, una cena tra amici, eh?”

Ma nell’attimo esatto in cui le parole mi si formano dentro, lo vedo scomparire. Lo vedo proprio andare via, tipo ultima scena di un film in bianco e nero. Rabbrividisco.

«Lu, vengo da sola. Porto il dolce» mando un messaggio alla mia amica mentre finisco di prepararmi per la cena. Immagino che lui mi faccia i complimenti per la scelta del vestito e che mi infili una mano tra le gambe, per dirmelo. Smorzo subito la mia fantasia, stringo le cosce, un fremito mi ha già attraversato la schiena, ma non ho tempo per concedermi un orgasmo. Resto con il desiderio di noi ed esco, quasi come se lo stessi lasciando a casa ad aspettare il mio ritorno. 

Suono al campanello, mi apre Lu euforica, tutta in ghingheri.

«Ho una sorpresa per te!» mi fa, stringendomi a sé, ancora prima che varchi la soglia. Poi mi afferra per il braccio e mi trascina fino al soggiorno, dove ci sono già quasi tutti. E c’è lui. Tra i nostri amici, il mio James Franco… ecco la sorpresa! Resto impietrita, incredula, senza parole, quasi avessi visto un fantasma. Come cavolo ha fatto Luana a portarlo qui? 

«Lu, ma dai, che…» balbetto e non so se essere incazzata o se accettare la fine della mia storia immaginaria e perfetta. Il supplizio dura un attimo: «Ti faccio conoscere il mio futuro marito!» squittisce nel mio orecchio, per poi urlare: «Davideeee! Vieni un attimo qui che ti presento la mia migliore amica».

Mi crolla il mondo addosso, le gambe mi diventano molli e mi do della cretina senza speranza per aver commesso l’errore fatale di aver desiderato l’uomo della mia migliore amica. Ecco un altro luogo comune che non mi sono risparmiata. Dal divano si alza un ragazzo e ci viene incontro, mentre gli altri mi salutano senza scomporsi, alzando una mano o facendo un cenno del capo. E Davide non è il ragazzo del bar! È un perfetto sconosciuto che presto diventerà il consorte di Luana, o almeno così dice lei. 

«Ah, ciao, ho sentito parlare un sacco di te!» 

Sollevata, gli stringo la mano, mentre continuo a fissare il “mio” ragazzo che mi sorride, con gli occhi che brillano e che superano i gridolini di Luana, le spalle di Davide, i bicchieri degli altri e il fumo delle sigarette. 

«Visto che bella sorpresa ti ho fatto?  Dai, poggia ‘sta torta qui e prendi da bere, che tra un po’ ci mettiamo a tavola. Mi ha dato lui una mano a cucinare, è un grande, è davvero l’uomo ideale». 

E mi molla, piroettando verso la cucina insieme al suo moroso. 

Quindi, un po’ titubante e persino frastornata, mi avvicino al “mio uomo”. 

«E tu? Che ci fai qui?» non trovo altre parole da dirgli, perché non ci sto capendo più niente.

«Incredibile, vero?» e mi indica Mauro, uno dei nostri amici. «Sono con lui, il mio ragazzo! Il mondo è piccolo». Così piccolo che all’improvviso ci siamo soltanto noi: io e loro due.