un racconto di Roberto Tucci

 

Entrava una luce fortissima dal balcone della cucina e andava a infrangersi sullo schermo della Tv. Era un primo pomeriggio di giugno e mia mamma mi urlava di scendere giù in cortile a giocare a pallone come tutti i ragazzi normali. Io stavo invece in ginocchio sulla sedia, col sole alle spalle, proteso in avanti con i gomiti appoggiati sul tavolo e gli occhi fissi sulla Tv, sulla finale del Roland Garros, tra Mats e Leconte. Avevo quattordici anni ed ero ormai certo di non essere come i ragazzi che giocavano a pallone in cortile ma non potevo dirlo a nessuno. La voce elegantissima che commentava la partita era di Lea Pericoli, che impazziva di piacere per Leconte. Del mio campione, invece, aveva detto una volta che aveva un gioco stilisticamente povero. Correva tanto però, il mio Mats, aveva una faccia dimessa ma una forza mentale di un altro mondo, chissà se era stato solo anche lui a quattordici anni. 

Il mio campione indistruttibile aveva un rovescio a due mani solidissimo e un nome che suonava importante, MATS WILANDER: io lo scrivevo grande col pennarello nel mio diario scolastico, tra le pagine vuote. Con un paio di ragazzine conosciute tramite fermo posta ci scambiavamo ritagli di giornali, foto, lettere in cui parlavamo del nostro campione. Quando arrivavano a casa queste buste colorate, ne ero imbarazzato, le ritiravo in fretta e le conservavo gelosamente nel mio cassetto. Però Wilander vinceva, e io mi sentivo rassicurato. Wilander vinceva e io volevo provarci. Un giorno, mentre finivamo di pranzare e si sentivano già le voci dei ragazzi in cortile che facevano le squadre, avevo sentito un maestro di tennis intervistato da TeleNostra: era tranquillo, aveva occhi che infondevano fiducia e non somigliava per niente a quell’allenatore di pallavolo che insultava tutti i bambini nella sua torbida palestra. Ci ero andato, obbligato, per qualche mese, prima che i miei si arrendessero.

Anche mia mamma vide l’intervista al maestro, disse “ma è il figlio della mia amica Teresa!”, e così a settembre iniziai. Non avevo idea di come impugnare la racchetta ed ero completamente scoordinato ma Vincenzo, il maestro, mi diceva che vedeva il mio entusiasmo e che ce l’avrei fatta. Ero il più grande del gruppo e il più scalcagnato. Sentivo su di me gli sguardi di quelli più piccoli, qualcuno mi chiamava “lo zio”, ma correvo come un disperato, sin dall’inizio, perché i ragazzi della mia età si inseguivano al sole nei pomeriggi d’estate e il tennis, a quattordici anni, era già la mia ultima opportunità. Quando colpivo il rovescio, pensavo a Wilander. 

Vincenzo mi diceva che ci dovevo credere perché anche Hlasek, un tennista che ogni tanto vedevo in Tv, fino a quattordici anni non aveva preso la racchetta in mano e se ce l’aveva fatta lui non c’era motivo perché non dovessi farcela anche io. Nessuno aveva mai pensato che potessi diventare uno bravo in uno sport prima di Vincenzo, gli altri non avevano nemmeno fatto finta. Magari potevo ancora farcela  e diventare come Flavio Settimi, il ragazzo romano che avevo visto un paio di anni prima, al mare.

Le estati quando hai dodici anni: stai per entrare nell’adolescenza, e sai che devi divertirti, fare lo scemo con le ragazzine, essere complice dei tuoi amici, strizzare l’occhio a tuo padre che da una parte ti rimprovererà per le cazzate che fai e dall’altra sarà orgoglioso perché sei come era lui e potrà dire agli amici sotto l’ombrellone come cresce bene mio figlio, non sapete quante ragazzine gli muoiono dietro. Sai che devi scorrazzare in bici tra le stradine della Baia Verde, a Terracina, e poi tuffarti in mare, e stare tutto il pomeriggio a giocare a pallone fino a quando tua mamma non ti manderà a chiamare da tua cugina perché la cena è pronta e tuo papà ti schiaffeggerà davanti a tutti perché hai fatto tardi come al solito e ora devi metterti a tavola senza esserti lavato e però lo sai che ti vuole bene e in fondo è contento di come sei e con quello schiaffo vuole solo ribadire davanti a zii e cugini che ha un figlio in gamba, e che lo sta educando come si deve, e che verrà fuori un altro bel maschio del Sud, grazie a lui. Le estati quando hai dodici anni, insomma, sono cattive.

Certo che sarebbe contento tuo padre, perché l’alternativa è che tu sia come sei davvero, un dodicenne pieno di paure, che non riesce ad andare in bici, e non gioca a pallone. Uno che gli altri ignorano, quando va bene, e con cui tuo papà non si incazza, perché non si riconosce in te, e non fa che pensare perché questo qui è venuto fuori così, cosa c’entra con me? Cosa ho sbagliato?

Sono cattivissime le estati quando, a dodici anni, sai che sta arrivando l’adolescenza e gli altri si divertiranno sempre di più, e faranno festa, e scoperanno, e per te le cose andranno sempre peggio. Finché è inverno, si va a scuola, e magari piove, la situazione è ancora accettabile. Ma quando per gli altri arriva la primavera, vedi i motorini sfrecciare, intuisci i baci, e poi peggio ancora l’estate, e loro mettono la musica sulla spiaggia, tutto diventa inaccettabile. Il tuo amico del cuore ha già la fidanzata, per giunta americana perché è il più figo di tutti, e tu vedi davanti a te un precipizio imminente.

La mia estate dei dodici anni: quel pomeriggio al bar della Baia Verde organizzavano un torneo di tennis sui campi in terra rossa. Mi misi a osservare il tabellone con i nomi e a fantasticare su chi erano, e come erano fortunati a giocare quel torneo, a far parte, loro, della vita. Mi colpì il nome della testa di serie numero uno, Flavio Settimi. Quanto sarà forte per essere il primo tra tutti, il favorito? Andai a vedere tutte le sue partite perché Flavio Settimi era fighissimo. Avrà avuto sui sedici anni, che è l’età più bella della vita se hai capelli biondo cenere, pelle abbronzata, torace glabro e muscoloso, sai giocare a tennis, sei un romano in vacanza a Terracina, sei la testa di serie numero uno del torneo della Baia Verde e ci sono tante ragazzine a guardarti quando giochi. C’ero sempre anche io a sognare di essere Flavio Settimi, a eccitarmi per come muoveva il braccio prima di colpire il dritto, e per come si asciugava la fronte col polsino. 

Quando incontro Nico ho già più di quarant’anni, mi sono appena trasferito in una nuova città e come prima cosa mi metto a cercare persone con cui giocare. Lo incontro una sera, in un circolo di periferia che ci metto più di un’ora a raggiungere in autobus.

Nico è un ragazzo semplice, una testa calda, un torinese di periferia truzzo, leale, fighissimo. Alto, magro, pelle scura, tanti capelli ricci, due piccoli occhi vivi che infondono fiducia, occhi che nella mia memoria si sovrappongono a quelli di Vincenzo.

Nico gioca da dio, non si capisce come mai non sia un giocatore professionista, e invece faccia il maestro in un circoletto torinese. Lo adorano i bambini, lo adorano le ragazze. Ci sa fare con tutti, scherza, motiva, insegna tennis come a nessuno ho mai visto fare prima. Con me fa così: una volta che stavo giocando al circolo con un mio amico e avevamo solo scambiato due parole prima, e mi aveva visto giocare e io avevo tirato tre o quattro colpi in fila solo perché vedevo che mi stava guardando, mi dice: “facciamo due scambi?”. Lo dice facendomi l’occhiolino, e per qualche secondo mi illudo che voglia scopare, così, dal niente. Ho sempre confuso il tennis col sesso. Io sono in ansia da prestazione ma tiro come un forsennato, tante palle le sbaglio ma in qualche modo devo averlo incuriosito. Mi dice, alla fine di quei cinque minuti di trance, “il rovescio è una bomba, nessuno ti buca da quel lato. Il dritto è strano, quasi non apri col braccio, fai tutto col polso, interessante. Mi piacerebbe lavorarci”. Mi dice, cioè, che mi ha osservato, che faccio le cose in modo strano ma non vuole che le faccia nel modo normale, che anzi questa stranezza è interessante, ha diritto di cittadinanza e anzi forse ha del potenziale, e che non mi allontana per questa stranezza ma anzi gli piacerebbe fare delle cose con me. La volta dopo prova a fare il dritto così anche lui, per capire meglio e farmi migliorare. Per me è una rivoluzione, è una dichiarazione d’amore, è tutto quello che avrebbe dovuto fare mio padre, è, come a quattordici anni, la promessa che posso farcela ancora anche io, io che non ho un compagno, che dico poco in giro che sono gay, che ho una sessualità tutta particolare che però potrebbe ancora funzionare, se solo trovassi un Nico dall’altra parte.

Nel telefono conservo un vocale in cui Nico dice “tira, tira sto cazzo di dritto, vai”, e ogni tanto lo ascolto. Perché se lui è in campo con me o a bordo campo a guardarmi, quel dritto strano diventa una bomba e i miei amici del circolo si complimentano per la trasformazione. Perché so che ci crede in quel dritto, e allora riesco a crederci anche io. Ma appena Nico non c’è o lo sento lontano, quel dritto scompare, io non faccio più il movimento giusto, ho paura e mi viene il colpo più scarso e ridicolo del mondo. Ogni tanto risento quel vocale per portare Nico con me, e quella fiducia sul dritto si riflette su di me, sulla mia sessualità, sulla mia assertività. Per qualche momento mi sembra di farcela. Non devo aggrapparmi per forza al rovescio, posso spingere anche io.

Nico è una testa calda, una volta fa a pugni con uno e lo allontanano dal circolo, un’altra volta ruba dei soldi e viene espulso, e io sono orgoglioso di essere apprezzato da uno così, uno di quelli che a quattordici anni mi consideravano uno sfigato e ora invece fanno la doccia e fumano le sigarette con me. Quando sono con Nico mi sembra di essere finalmente in cortile a giocare con gli altri, come mi urlava di fare mia mamma quel pomeriggio di trent’anni fa. Ma Nico scompare, va in un circolo fuori città, non risponde ai miei messaggi, forse pensa che cazzo vuole questo qui.

Sono invidioso di lui e anche di quel sedicenne romano a cui la vita prometteva sole e vittorie. Mi torna una malinconia dolorosa quando una domenica di maggio, a Milano, vedo un ragazzo argentino coi capelli mossi e il dritto potente vincere un importante torneo under 18. In quel momento pensa di diventare un nuovo campione, è sicuro che il suo nome, Facundo Arguello, diventerà famoso nel mondo. Anni dopo sentirà anche lui quella dolorosa malinconia per una vita che non è stata. 

Chissà dove è finito Settimi, se ancora gioca per divertimento con gli amici, se ha un figlio, se ne è orgoglioso, se il figlio è un maschio romano di sedici anni biondo e spavaldo come era lui, a torso nudo, su quella terra rossa che ora colora anche le mie scarpe. 

Dopo aver giocato, le lascio sempre sporche di terra rossa fuori dalla porta di casa, sul ballatoio, in bella vista, perché gli altri sappiano che anche io per qualche momento esisto.